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Diapiri salini di Zinga. I gioielli del Marchesato
Scritto da lametino9 Pubblicato in Francesco Bevilacqua© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il Marchesato di Crotone è un altro mondo. Chi è abituato alla Calabria delle foreste e delle macchie verdeggianti, delle montagne o delle marine grigio-azzurre, lo osserva da spaesato.
Torno oggi, su invito degli amici di Halite, un’associazione culturale di Casabona, in un luogo del Marchesato da dove manco da un giorno imprecisato degli anni ’80. Quando tornai in Calabria e decisi di riappropriarmi di una geografia, di una cultura che mi erano state sempre negate, a scuola come in famiglia. La parola d’ordine di allora era: in Calabria non c’è niente! In pochi anni scoprii, invece, che la Calabria era il mio tutto.
A Zinga ritrovo un arco naturale scavato nel tufo dall’erosione dell’acqua e del vento. Incarna in qualche modo i caratteri della Calabria: il pallore della roccia; la fierezza di scalfitture che paiono provenire dagli artigli di un rapace; l’essenzialità delle sue linee, concave e convesse; l’umiltà del di quell’esile disegno; il mistero del suo oblò, che è una finestra su un mondo che pochi osservavano sino a qualche tempo fa.
Di quella lontana prima volta ho il ricordo di un uomo adulto con una camicia militare ed i pantaloni di fustagno, l’accetta in una mano, la berretta sul capo per ripararsi dal sole e dal vento. Si prestò, mite e fiducioso, a che gli scattassi una foto nel vuoto dell’arco. Ero entrato in una fiaba. E lui era l’ignaro narratore.
Scendiamo per la ripida stradina in mezzo alle campagne. Gli amici dell’associazione hanno collocato dei segnali. Mario ci guida. È geologo e studia la singolarità delle rocce di questi che sono i luoghi dei suoi avi, fra i quali vi è ancora, vivente, l’uomo che ritrassi nell’arco: un anziano di 95 anni (all’epoca non poteva averne più di 65) e che si chiama Vincenzo Paolopoli. Mario mi dice che proprio in quegli anni, zio Vincenzo era tornato dalla Germania. Per godersi il suo paese, la solitudine, il silenzio, l’autenticità di quei luoghi sospesi fra le propaggini orientali della Sila di Verzino, Savelli, Castelsilano e il mare. Luoghi che sono un altro Marchesato, diverso dalle colline calancose e aperte della zona di Cutro e Roccabernarda. Qui le colline sono sostituite dalle timpe di roccia e i valloni dai larghi greti dei fiumi. Il cuore di tutto è la Valle del Vitravo, che l’Arco di Zinga inquadra come da un posto di guardia.
Con noi anche tre giovanissimi, Mattia, Alex e Manuel, che ci scortano, attenti. Tutti e tre diplomati al liceo musicale ed ora iscritti al conservatorio di musica. Quando tornano al paese suonano nella banda di Casabona. Una speranza, rispetto a un mondo giovanile che pare invece così frivolo.
Di fianco i ruderi della Caserma della Guardia di Finanza. Nella valle vi erano miniere di sale formate da un minerale con dentro cloruro di sodio che si chiama Halite. E il sale era un monopolio di stato. Da qui la necessità di vigilare perché non lo rubassero.
Sulla destra il primo dei tre geositi che compongono l’area dei diapiri (da una parola greca che significa rovente) salini di Zinga. Il diapiro di Mandravecchia. Giungiamo sul greto. Il Vitravo è in piena per via delle piogge cadute nei giorni scorsi. L’argilla che staziona su questi suoli è imbibita d’acqua. Sembra di camminare sulla materia fangosa dei vasai. Sulla sinistra, il secondo diapiro, quello del Vitravo appunto, una rupe dalle sembianze antropomorfe che pare un Moai dell’Isola di Pasqua. Attraversato il fiume eccoci al terzo diapiro, di Russomanno. Celato in una conca, emerge dal fango una fantastica piramide di cristallo che risplende nella luce del sole, seghettata, acuminata, scanalata come un gioiello donato ai figli di questa terra povera e assetata.
I diapiri salini di Zinga sono davvero gioielli. Si formarono 5,6 milioni di anni fa. Vissero a lungo sepolti sotto altre rocce. Poi si sollevarono lentamente, sino ad emergere come rupi e piccole montagne. E a donarsi a coloro che dopo tanto tempo si sono avveduti della loro bellezza e hanno deciso di prendersene cura. Un segno che dimostra quanto sia importante che i locali ribaltino l’antico biasimo del “qui non c’è niente”, tornino a chiamare per nome i luoghi, li rifacciano propri, ritornino ad amare il loro tutto.