Corajisime: le fate della Quaresima

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Camminando per i centri storici dei paesi calabresi capita di vedere, in tempo di Quaresima, delle “pupazze” vestite di nero esposte su muri, pali, balconi e su fili stesi fra un casa e l’altra, ai due lati delle “rughe”, i vicoli dei centri storici dei paesi. Se si fa attenzione, si noteranno, accanto alla pupazza altri oggetti: penne di gallina (tante quante sono le settimane della Quaresima) confitte in un agrume o una patata, un pesce secco, un fuso ed una conocchia. “La vecchia”, così è chiamata la pupazza, ha anche un nome vernacolare, “Corajisima”, che evoca, appunto, la Quaresima. In Calabria, la leggenda della “vecchia” è ricordata perfino in qualche toponimo, come nel caso di “Elce della Vecchia”, un villaggio delle Serre orientali in territorio di Guardavalle.

La tradizione della “Corajisima” ha il suo massimo conoscitore in Andrea Bressi, etnomusicologo, musicista, cantastorie e ricercatore, che l’ha studiata e divulgata, creando anche legami con tradizioni simili di altre regioni italiane e, più complessivamente, di altri paesi della sponda nord del Mediterraneo. La “Corajisima” personifica il tempo di passione della liturgia cattolica. La Quaresima è infatti il periodo di penitenza, che parte dal mercoledì delle ceneri (significativamente, dopo la fine del Carnevale, periodo invece di eccessi e di irruzione controllata dell’irrazionale nell’ordine razionale) e si conclude con la Pasqua.

La Pasqua è la festa cristiana che si è sovrapposta ai preesistenti riti di rigenerazione agraria pagani, ben descritti da Mircea Eliade nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”. Di tali riti restano testimonianze in feste laiche ancora praticate in Calabria, come i riti arborei di Alessandria del Carretto e di Martone, per i quali consiglio i cortometraggi, rispettivamente di Vittorio de Seta e di Nino Cannatà. La Quaresima è invece il rito cristiano che a sua volta sovrapposto al lutto agrario invernale, ossia al tempo in cui la gente si augurava che le piante utili alla nutrizione (il grano per primo) germogliassero e producessero nuovi frutti assicurando così di che vivere alle popolazioni. La mietitura del grano, infatti – che Ernesto De Martino definì, sintomaticamente, “messe del dolore” – inaugurava un tempo di trepida attesa per scongiurare carestie. E la tradizione delle Corajisime, col pretesto di scandire le settimane di penitenza del tempo quaresimale (una penna per ciascuna settimana, il pesce come simbolo di restrizione alimentare), entra a pieno titolo nel novero di questi sincretismi religiosi.

L’idea che al centro della scena vi sia una “vecchia”, ricorda le Moire della tradizione greca (Parche per i latini) - Cloto, Lachesi e Atropo - che erano divinità preposte a tessere il filo (da qui i simboli del fuso e della conocchia) del destino di ciascun uomo, ma anche a predire il futuro. Come accade, ad esempio nel Macbeth di Shakespeare dove “le tre fate” divinano con un oscuro vaticinio il tragico destino del protagonista. La Moire sono, quindi, le anticipatrici delle moderne fate (dal latino “fatum” = destino). E le “corajisime” possono essere considerate perciò le fate della Quaresima. Passeggiando, in questi giorni, per i vichi dei paesi, volgiamo anche noi lo sguardo verso le vecchie case: scopriremo magari la nostra vecchina beneaugurante che nello scandire il tempo della penitenza ci predice la speranza della rinascita.      

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