La stratificazione sociale e l’istruzione nella Calabria postunitaria

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

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Nel presente scritto si tratterà del grave fenomeno dell’analfabetismo, esistente in Calabria da secoli, preso in esame in stretta relazione con la stratificazione sociale degli abitanti e facendo dei riferimenti alle due dinastie che si alternarono al potere; le note seguenti danno conto delle novità dell’ordinamento istituzionale e pure dell’immobilismo sostanziale dei  rapporti sociali che continueranno a perpetuarsi ancora per decenni dopo l’Unità: “Se una grossa colpa ebbero i Borbone, questa fu di avere respinto ogni forma di  ordinamento rappresentativo, sempre timorosi che qualsiasi mutamento, anche solo formale, dell’assetto dello Stato, spianasse la strada a quel liberalismo che essi aborrivano. Perciò vinsero quel partito e quella dinastia [I Savoia, N. d. R.], che seppero meglio adeguarsi al <<progresso>> e alle esigenze dei tempi nuovi,  operando un cambiamento formale, che non toccò affatto la sostanza dell’ordinamento sociale. Questo adeguamento fu giudicato <<rivoluzionario>> e lo fu veramente, se paragonato al terrore per le novità dei re borbonici, che adoperavano tutti gli accorgimenti per evitare che si costituisse in camera rappresentativa quella Consulta generale del Regno, imposta dalle potenze europee riunite in Santa Alleanza e stabilita con legge organica del 14 giugno 1824, e che, solo quando videro vacillare il trono, richiamarono in vita lo statuto del 1848. Per questa corrispondenza alla necessità dei tempi, la <<rivoluzione nazionale e liberale>> non produsse, per quanti l’avevano sostenuta, quelle folte schiere di delusi, che ordinariamente ogni rivoluzione genera. Essa del resto seppe mantenere fede ad alcuni impegni presi: la garanzia della proprietà e del principio rappresentativo proporzionale alla ricchezza e alla cultura […] Fuori della <<rivoluzione>>  e contro di essa rimasero quanti da secoli erano abituati a procurarsi il cibo, soffrendo con il dolore delle mani” (Michele Fatica, La Calabria nell’Età del Risorgimento, in ‘ Storia della Calabria Moderna e Contemporanea – Il Lungo Periodo’, a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma- Reggio Cal., 1992, pp.527-528).

La società calabrese, nei suoi aspetti più peculiari, è delineata nel brano  successivo: “Qual era la struttura della società calabrese all’indomani dell’Unità? In Calabria la distinzione tradizionale della società in clero, nobiltà e borghesia non ha senso […] La distinzione era tra galantuomini e contadini. La nobiltà, scarsa, non viveva nella regione, e quella che ci viveva si interessava solo della rendita fondiaria. Non una nobiltà illuminata, come, per esempio quella lombarda, che si poneva all’avanguardia del progresso sociale e civile, che esercitava attività imprenditoriali, che si interessava di commercio, di industrie, di bonifiche, di miglioramento di colture e via di seguito. Le case dei nobili non rappresentavano certo centri di cultura. La nobiltà era una classe incolta e parassitaria [...] Eppure questa nobiltà, nel suo immobilismo, esercitava come un potere di attrazione in quanto tutta la borghesia ostentava nobiltà. Non solo i grossi proprietari, ma anche i piccoli, anche i poveri impiegati erano soddisfatti del <<don>> accanto ai loro nomi: residuo spagnolesco, vero orpello alla miseria […] Per il clero calabrese, credo sia sempre valida, anche per il periodo dopo il ’60, la divisione tra alto e basso. L’alto clero di estrazione  sociale elevata, era conservatore, moderato, conformista, cioè secondo gli ordini gerarchici. Il basso clero, di estrazione sociale inferiore, era vicino alle classi umili da cui usciva e ne conosceva dolori e miserie, ma poco poteva fare, vittima anch’esso di un’amara realtà sociale. La borghesia come classe sociale a sé stante non esisteva: non aveva  coscienza ed orgoglio di far parte di una classe sociale ben distinta. Tutti i borghesi volevano essere considerati nobili, galantuomini. Una borghesia attiva, intraprendente, fiduciosa nei propri mezzi e nel proprio lavoro, noi non l’abbiamo avuta. Forse l’inerzia non era tutta colpa di questa classe che sembrava aspettasse tutto dall’alto e mancava di iniziative e di intraprendenza. In Calabria mancavano tutte le strutture sociali, storiche e geografiche per una iniziativa individuale. Predominava la più completa sfiducia. Intanto tutto il peso lo sopportavano i contadini. Il solo ceto produttore di ricchezza. La nostra era una società contadina. Tutti vivevano sulla terra: la terra la lavoravano i contadini, ma di tutte le ricchezze che producevano essi non vedevano neppure le briciole: erano vere bestie di fatica, esseri inferiori, cui nulla era dovuto. Galantuomini e contadini erano separati da un abisso” (Domenico De Giorgio, Classi Sociali e Partiti Politici in Calabria dopo l’Unità. In ‘ Deputazione di Storia Patria per la Calabria, Aspetti e Problemi di Storia della Società Calabrese nell’Età Contemporanea, Atti del I Convegno di Studio  - Reggio Calabria 1-4 Novembre 1975’ , Editori Meridionali Riuniti, 1977, pp. 23- 24).

Nella situazione di penoso disagio sociale, per come indicato nelle note precedenti,  per la stragrande maggioranza della popolazione calabrese, costituita da contadini analfabeti, l’istruzione obbligatoria, secondo la Legge Casati vigente nel Regno di Sardegna ed estesa a tutto il territorio del Regno d’Italia dopo l’unificazione,  non segnò, di fatto, nessun cambiamento di rilievo per molti decenni e tante generazioni di calabresi continuarono a restare analfabeti; qualche studioso ha parlato di <<piaga>> dell’analfabetismo in Calabria. Nel brano che segue si riportano alcuni dati estremamente significativi di tale fenomeno: “Nella Relazione di F. S. Nitti [Francesco Saverio Nitti – Melfi (Potenza) 1868-Roma 1953 –, professore universitario, deputato, più volte ministro e presidente del Consiglio dei Ministri dal giugno del 1919 al giugno del 1920, N.d.R.] dedicata alla Basilicata e alla Calabria nella famosa <<Inchiesta>> del 1910, si può leggere questo illuminante passo… <<La Calabria ha sempre il primato dell’analfabetismo in Italia: segue a poca distanza la Basilicata. Censimento 1872: analfabeti  da 6 anni in su: Calabria  87,0 – media del Regno 68,5; analfabeti da 20 anni in su (per 100) Calabria: 86,6 – media del Regno: 68,7” (Nicola Siciliani De Cumis, I Problemi della Scuola in Calabria tra Ottocento e Novecento, in ‘Storia della Calabria Moderna e Contemporanea – Età Presente - Approfondimenti’, a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma- Reggio Cal., s.d., p. 527). I dati riportati nelle note successive danno conto di una situazione dell’istruzione nella regione particolarmente carente: “ D’altra parte, lo Stato nel primo decennio erogò esigue somme per l’istruzione, in Calabria meno che altrove (in tutto il paese meno dell’1,34 per cento dell’ammontare della spesa pubblica), mentre il divario regionale nel settore era già molto forte. Nell’anno scolastico 1861-62 la Calabria poteva  contare soltanto su 729 scuole, 500 maschili e 229 femminili, rispettivamente con 17.142 e  5.596 allievi e 77 scuole serali con 1555 allievi. Per un concreto raffronto, si può recare il dato piemontese, al 1860 già forte di 2621 scuole. Pur considerando la popolazione, in Calabria poco oltre il 40 per cento di quella piemontese, il divario era già netto, e certo non si poteva colmare con così bassi investimenti locali e il disimpegno statale. Non mancò, in realtà, un importante salto rispetto al passato. Ma esso non corrispondeva né ai negativi livelli di partenza né ai bisogni crescenti” (Gaetano Cingari, Storia della Calabria dall’Unità a Oggi, Editori Laterza, Roma – Bari, 1982, pp. 48-49). L’analfabetismo perdurerà ancora per decenni e le conseguenze furono quelle indicate nel testo successivo: “E dunque, se spettò alla scuola elementare canalizzare le conoscenze e le tensioni verso fini patriottici e civili[…] è vero che l’obiettivo fu realizzato con lentezza […] anche per la nessuna cura del governo centrale verso le scuole di Calabria  (alle quali, ad esempio, tra il 1° gennaio 1879 e il 31 dicembre 1922, venne destinata la quota- abitante più bassa di tutto il Regno, lire 4,17 a testa in fatto d’edilizia scolastica), col conseguente imperante analfabetismo di cui si è detto tra Ottocento e Novecento. L’opera di omologazione culturale attuata dalla scuola primaria, che doveva portare a un diradamento dell’identità, fu perciò assai lenta; paradossalmente, quella della scuola fu forse il più lento strumento di italianizzazione dei calabresi” (Augusto Placanica, Calabria in idea,  in ‘ Storia d’Italia- Le Regioni dall’Unità a Oggi- La Calabria’,  a cura di Piero Bevilacqua e Augusto Placanica, Einaudi, Torino, 1985, p.625). Dalle considerazioni sopra esposte si può inferire che l’Unità d’Italia non portò a mutamenti sociali di particolare rilievo se non alla borghesia e in tale contesto storico il fenomeno dell’analfabetismo fu affrontato dalle autorità nazionali, provinciali e comunali  con poco impegno e molta lentezza.              

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