Lamezia, il 4 aprile al Grandinetti 'Il viaggio del papà' con Maurizio Casagrande: “A teatro si cambia punto di vista sul mondo”

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Lamezia Terme - Sarà in scena venerdì 4 aprile al Grandinetti, per il finale della Stagione di Prosa di AMA Calabria, “Il viaggio del papà”, una commedia briosa e densa di significati, scritta da Francesco Velonà e Maurizio Casagrande, che ne è anche interprete, e che racconta in anteprima l’attualità dello spettacolo e le diverse tematiche trattate, dal gap intergenerazionale al rapporto uomo-ambiente.

“Il viaggio del papà” è la storia dell’incontro fra due visioni del mondo opposte, e fra due persone che pur essendo padre e figlio non si conoscono né si somigliano affatto. Quale sarà l’esito di quest’incontro? Il viaggio in sé finirà per essere più importante della meta del viaggio stesso?

“Assolutamente sì. Più che un semplice incontro fra un padre e un figlio, è un incontro fra il vecchio e il nuovo, fra il passato e il futuro, fra due modi diversi di vedere la vita: quella del padre, egoista e utilitarista, e quella del figlio, un giovane proiettato nei sogni e nell’idealità. Ma durante il viaggio avviene un incidente, e i due naufragano su un’isola di plastica, dove incontrano un essere sovrannaturale che li porterà a vedere loro stessi, il loro rapporto, e il rapporto con l’ambiente che li circonda in modo totalmente diverso. Il tutto rimanda a una questione di fondo: io credo ci sia una parte dell’umanità che ha i mezzi e le capacità per cambiare le cose sul pianeta, ma lo vede come un territorio da sfruttare; accanto c’è una parte, fatta di giovani, che invece sente di dover fare qualcosa, ma che non ha ancora i mezzi. Il genio, come si dice, è saggezza e gioventù”.

Questo spettacolo, se calato nell’attualità, si può dire racconti dinamiche di relazione intergenerazionali piuttosto comuni. Che messaggio vorrebbe lanciare a chi si trovi oggi a viverle?

“Io dico sempre: ascoltiamoci. Vale sia per i giovani che non si sentono capiti da questi “strani adulti”, sia per gli adulti che si chiedono cosa accidenti vogliano i giovani, e visto che non li capiscono li ritengono stupidi. In questo senso il teatro può aiutare a sviluppare un terzo punto di vista, a metà fra la comprensione ad oltranza e la rigidità sulle proprie posizioni, che consiste nel trovare un terreno d’incontro, nel guardare le cose in modo diverso, nel cambiare punto di vista”.

Lei è stato anche autore, con Francesco Velonà, di questo spettacolo. Cosa l’ha ispirata?

“La mia ispirazione nasce da una riflessione sulla questione della disattenzione. Spesso noi abbiamo una disattenzione totale sia verso gli altri che verso il mondo che ci circonda, e il meccanismo è lo stesso: non ci preoccupiamo delle persone attorno a noi così come del nostro mondo – eppure è l’unico mondo in cui possiamo vivere. Il nostro egoismo ci porta ad essere autodistruttivi. Per quanto riguarda il titolo, ho scelto di parafrasare quello del manuale di scrittura di Vogler “Il viaggio dell’eroe”, in cui l’autore teorizza che tutte le storie mai scritte o possibili possano essere ricondotte ad un unico archetipo, quello appunto del viaggio dell’eroe che parte alla scoperta del mondo, che esce dall’ovvio e dal quotidiano per entrare in una dimensione diversa, e per un “effetto farfalla” cambia il suo punto di vista: un po’ come accade ai miei personaggi. Bisogna dire però che lo spettacolo è fatto per ridere, è una macchina comica: c’è un rapporto divertente fra questo padre che tratta il figlio come un idiota, e lui che un po’ lo è, e anche sull’isola ci sarà da ridere. Ma quando il pubblico ride quello è il momento di far passare dei messaggi che da serio magari non potrebbe recepire allo stesso modo”. 

Era mai stato a recitare in Calabria e a Lamezia Terme? Che immagine ha di questa terra?

“Io amo molto il sud, e ritengo che la Calabria sia una delle sue terre più belle. Il problema è che a volte non siamo bravi ad apprezzare e a far apprezzare ciò che il destino e la geografia ci hanno dato. Ci sono posti al nord anche brutti, ma molto organizzati nella ricezione del turismo, e terre bellissime al sud poco valorizzate o rovinate dal cemento. Dobbiamo imparare a rispettare la bellezza e a saperla vendere: a volte il contenuto non basta, serve anche il contenitore”.                             

Giulia De Sensi

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