Londra apre alla finanza islamica e l’Italia?

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Lamezia Terme - Di fronte alla crescente crisi sociale ed economica del nostro Paese, accompagnata dalla “dirompente” confusione politica, diventa ogni giorno più difficile, nonostante la nostra buona volontà, ritrovare la forza per “sperare” in un futuro semplicemente più “umano”. In questi anni abbiamo sentito in più occasioni che la parola crisi ha in sé anche un significato positivo.  Per spiegarlo spesso si è ricorso al significato della parola “crisi” in cinese.  In cinese la parola “crisi” è composta da due ideogrammi: il primo “wei” significa  problema, mentre il secondo “ji” significa opportunità. Per cogliere questo senso “positivo” a noi manca la “prospettiva”, la capacità di confrontarci con il mondo in modo nuovo, propositivo e creativo. Il vero problema siamo “noi”, con la nostra incapacità di “allungare lo sguardo” oltre il nostro cortile, abitato molto spesso da sterili e improduttive conflittualità, il problema non è  nella carenza  di risorse finanziarie Mi ha molto colpito la notizia di qualche giorno fa  quando il premier inglese David Cameron, a Londra,  ha annunciato che la Gran Bretagna diventerà il primo Paese non musulmano a offrire Sukuk, speciali obbligazioni in linea con i dettami del Corano…“Il primo bond da 200 milioni di sterline sarà lanciato già nel 2014, mentre la Borsa di Londra avrà un nuovo indice di società in regola con le norme sharia, l'Islamic Market Index, per facilitare la scelta degli investitori islamici…”. Una notizia che mi ha colpito particolarmente, perché in questi anni ho sempre condiviso la tesi che l’attuale crisi finanziaria internazionale rappresentasse un’opportunità per l’umanità per l’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo, che fosse equo, integrato e sostenibile, frutto anche del contributo culturale, oltre che spirituale, delle diverse religioni. L’interesse ad approfondire il rapporto tra la finanza occidentale, giudaico cristiana e quella mussulmana l’ho maturato in occasione  della pubblicazione della nota “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un'autorità pubblica a competenza universale”, pubblicata dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace nell’ottobre 2011. (http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_20111024_nota_it.html).

Un tema certamente complesso che non ho la pretesa di affrontare qui, ma vorrei riportare alcune considerazioni che potranno aiutarci a comprendere che per poter  far fronte alle nostre difficoltà locali è necessario ricordare che “un autentico sviluppo locale non può considerarsi fuori dalle  dinamiche dello sviluppo globale”; dovremmo quindi sforzarci di non perdere la lucidità per poter “discernere” la direzione della Storia. Nel marzo del 2009 Giovanni Maria Vian, direttore del quotidiano della Santa Sede, anticipando un articolo di Loretta Napoleoni e Claudia Segre  pubblicato su Vita e Pensiero, rivista dell’Università Cattolica, nell’aprile 2009 («Dalla finanza islamica proposte e idee per l’ Occidente in crisi»), scriveva sull’Osservatore Romano: “I principi etici che sono alla base della finanza islamica potrebbero riportare le banche più vicine alla clientela e al vero spirito di servizio che dovrebbe contraddistinguere ogni servizio bancario” ricordando come le grandi religioni hanno sempre avuto in comune l’attenzione alla dimensione umana dell’ economia, rievocando l’esperienza dei francescani e la nascita dei Monti di Pietà nel Medioevo. Già nel 2009 era stato avviato un dibattito su come la finanza islamica, fondata sulla shar’ ia (legge Coranica), che proibisce la riba (il pagamento di un interesse) ed ogni forma di speculazione, potesse contribuire a ristabilire il valore strumentale e produttivo del denaro. Tornando all’attualità, i principi della finanza islamica sono alla base delle obbligazioni cosiddette sukuk: un’obbligazione, il sukuk, collegata sempre ad un investimento reale (pagare la costruzione di una casa od di un immobile, per esempio mai a scopi speculativi).

Oltre a denunciare l’inaffidabilità del sistema bancario internazionale e richiamare la necessità di riportare l’etica al centro dell’economia dovremmo prendere spunto dalla Gran Bretagna e sperimentare nuovi strumenti finanziari, senza pregiudizi, per raccogliere liquidità e destinarla ad esperienze di sviluppo. Il dinamismo della finanza islamica dovrebbe spingerci a riscoprire la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, ad avvalerci dell’enorme patrimonio di esperienze, a partire dalla scuola di economia francescana, indicando una via di uscita dalla attuale crisi. Un’alleanza interreligiosa per costruire una finanza “etica” nel Terzo Millennio. La Gran Bretagna si è aggiudicata un ruolo di leadership nel settore della finanza islamica, e l’Italia?  Ho avuto modo di incontrare Michael Bosco, partner nel dipartimento Corporate di Dla Piper, esperto di finanza islamica, che alla mia domanda di cosa pensasse di un sovereign sukuk programme italiano, ha risposto: “Il nostro Paese, l’Italia, tramite l'emissione di certificati finanziari conformi alla legge coranica, potrebbe attrarre una più vasta base d’investitori e, al contempo, favorire lo sviluppo di un mercato finanziario legato alla condivisione dei risultati di progetti imprenditoriali”. L’Ucid di Lamezia Terme volendo promuovere un dibattito culturale sulle nuove frontiere della finanza finalizzata allo sviluppo, e non alla crescita, ha invitato uno studioso dell’analisi dei rapporti tra etica ed economia, esperto di dottrina sociale della Chiesa e della Scuola di economia francescana, Oreste Bazzichi che interverrà il 30 novembre sul tema: “Economia di mercato: dalle origini della Scuola Francescana ad una via di uscita dalla attuale crisi economico-finanziaria”.

(Per chi fosse interessato all’iniziativa potrà rivolgersi al Segretario dell’UCID di Lamezia Terme: Salvatore Vumbaca all’email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

 

Nelida Ancora, presidente Ucid Lamezia Terme

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