Scalea, la ‘ndrangheta e la democrazia

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

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Ha destato giustamente un enorme scalpore in tutt’Italia la vicenda di Scalea, il grosso centro sul Tirreno cosentino, dove un’intera amministrazione è finita in galera non per il solito voto di scambio ma perché lì in pratica governava la ‘ndrangheta in prima persona. Dopo gli arresti sei consiglieri comunali hanno annunciato le dimissioni motivandole “con i gravissimi fatti che hanno colpito sindaco e giunta con conseguenti procedimenti giudiziari in corso e relativi incalcolabili danni all'immagine e all'economia della nostra città”. I consiglieri dimissionari sono Gennaro Licursi (Gruppo Consiliare Per Scalea Liberamente); Alessandro Bergamo e Palmiro Manco (Gruppo Consiliare Scalea Libera); Mauro Campilongo e Giuseppe Bono (Gruppo Consiliare Scalea Adesso) e Francesco Acquaviva (Gruppo autonomo). “In questo momento così difficile per la nostra città - affermano i sei consiglieri - ci riteniamo convinti che la forte presenza delle istituzioni restituirà la certezza ai nostri concittadini e che il vivere civile ed il progresso non possono che trovare il loro fondamento nel valore della legalità”. Con la stessa motivazione, si era dimesso il presidente del Consiglio comunale, Domenico Introini.

Il punto sta tutto lì, nelle parole dei sei consiglieri che hanno rassegnato le dimissioni: la democrazia trova il suo fondamento nella legalità. Fuori da questo è un inutile tramestio, una volgare presa in giro, un macigno enorme sulla strada del cambiamento. A che serve votare se in carica ci finiscono non solo e non tanto gli amici dei mafiosi ma i mafiosi direttamente, magari travestiti da persone inappuntabili? A Scalea è avvenuto un vulnus enorme per la storia della democrazia calabrese che dovrebbe far riflettere tutti, come giustamente ha richiamato il procuratore aggiunto della Dda, Borrelli. Ma in Calabria crediamo si stia facendo finta di niente anche in questo caso.

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