Francesco Scoppetta e la scuola

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
Vota questo articolo
(11 Voti)

Iuffrida_matita.jpgNel suo libro “La fabbrica dei voti finti” (Armando, 2017), Francesco Scoppetta affronta un tema specialistico apparentemente soltanto rivolto agli addetti ai lavori della scuola italiana. In realtà, attraverso l'analisi stringente del problema dell'educazione, meglio, della formazione della classe dirigente, mette a nudo la fragilità culturale italiana espressa soprattutto dalla deriva della burocratizzazione del “sistema Paese”, che antepone la forma alla sostanza, ai risultati, agli effetti delle azioni. In realtà l'approccio al tema, che l'autore ha scelto come espediente “narrativo” del mondo che lo circonda, offre una chiave di lettura dell'Italia contemporanea, cioè una prospettiva per l'interpretazione della più ampia vita nazionale. L'impatto del modello culturale formalista, procedurale, in atto nell'universo deputato alla formazione riguarda, in realtà, tutti gli ambiti della vita comunitaria e le ragioni fondamentali del fallimento delle politiche italiane.

L'autore restituisce la sua esperienza evidenziando il ruolo “diseducativo” della scuola che oggi si presenta come “fabbrica”, datore di lavoro per docenti, più che come luogo di formazione per studenti da “emozionare”. In sintesi, il libro individua la sua quintessenza nell'affermazione dei valori insiti nell'”i care” di don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, in contrasto con i tanti “devo” che caratterizzano e svuotano di contenuto la scuola italiana attuale. L'aspirazione di Scoppetta sta tutta in un nuovo modello di “fare scuola” che ricorda, per certi versi, quel “Fare storia” (a cura di Jacques Le Goff e Pierre Nora, Einaudi 1981) in cui lo storico è visto come un dissodatore in un ampio territorio di ricerca e un motivatore di conoscenza per il cambiamento e la trasformazione.

Sono tantissime le aperture mentali consentite dalla lettura del libro. Ma sono soprattutto alcuni – per ragioni di spazio – gli aspetti che preme sottolineare. Il primo riguarda la formazione personale dell'autore, che gli consente un punto di osservazione privilegiato e qualificato: laureato in giurisprudenza e insegnante di diritto. Quindi la sua è una lettura dal di dentro, scientifica ed emozionale – qualità che l'autore pretende da tutto il corpo insegnante e non solo dal fluido rivoluzionario emanato dal pathos di quei pochi “insegnanti indimenticabili” capaci di lasciare dei segni –, ma anche giuridica: visione strettamente legata alla capacità di inquadrare il mondo della scuola nel più ampio spirito normativo italiano.

Una delle matrici negative dell'attuale “modello” italiano va individuata proprio nella Costituzione, che di fatto è nata premiando la conservazione rispetto all'innovazione e ponendo limiti alle azioni – dell'esecutivo, in particolare – per le paure delle possibili derive comuniste del dopoguerra. Questa impostazione – che ha prodotto a cascata un'eccessiva frammentazione dei percorsi decisionali – ha inevitabilmente pesato sull'efficienza e sulla individuazione delle responsabilità dei singoli a qualsiasi livello istituzionale. Infatti, lo spostare in avanti gli obiettivi con la segmentazione in momenti decisionali itineranti fa perdere il potenziale valore risolutivo e la stessa credibilità al sistema legislativo e regolamentare: ancora oggi, dal dopoguerra, le matriosche normative, le “sartorie del diritto”, cioè di norme su misura, ad personam, riempiono tutti i codici e regolamenti, nazionali e locali.

Dal libro emerge, in particolare, l'energia intellettuale dell'autore e la sua formazione umanistica a tutto tondo, espressa attraverso l'architettura espositiva delle metafore e delle citazioni, che attingono al poliedrico caleidoscopio culturale (dalla musica al cinema, dalla letteratura allo sport). Grazie a questo espediente, il libro si presenta scritto con un linguaggio chiaro e immediato, non solo per addetti ai lavori del mondo della scuola, per gli specialisti da cattedra, ma anche per tutti coloro che sono interessati a capire, più in generale, il modello culturale intorno a cui è stata costruita la “fabbrica” Italia.

In  sintesi, la pubblicazione è espressione, nella suo fluido svilupparsi, del desiderio di una scuola capace di far vedere alla classe dirigente di domani il mondo a tutto tondo, da prospettive diverse: è questo l'incipit del libro. Lo scopo nobile è quello di poter dare senso – in tutti i campi di azione – alle “cose”, mutuando l'esempio cinematografico espresso, nella maniera più elevata possibile, dalla stupenda interpretazione di Robin Williams ne “L'attimo fuggente”: un momento della manifestazione dell'”essere”, però lontano, immobile, fissato soltanto nella pellicola del 1989.

© RIPRODUZIONE RISERVATA