Calabria: riflessi problematici della dominazione angioina

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio
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francesco_vescio.jpgLa dominazione angioina nell’Italia meridionale continentale durò poco meno di due secoli e precisamente dal 1266 (Vittoria di Carlo d’Angiò a Benevento contro Manfredi, figlio di Federico II di Svevia) al 1442 (Conquista del Regno da parte di Alfonso d’Aragona). Tale periodo storico è stato caratterizzato da complesse questioni di successioni dinastiche che alla fine portarono alla scomparsa della stessa dominazione angioina nel Meridione d’Italia.  È stato, tuttavia, rilevato che tale dinastia ebbe un ruolo di grande rilievo nella storia d’Italia nella prima metà del secolo XIV con il re Roberto d’Angiò (1278-1343) per come riportato nel seguente brano, in cui si fa una sintesi molto significativa della situazione generale del Regno di Napoli nelle sue potenzialità in quel momento storico, ma pure nelle sue pesanti, peculiari criticità: “Seguendo la linea della generale evoluzione europea, anche l’Italia tendeva a superare l’eccessivo frazionamento politico. In questo caso il risultato dell’incontro fra il particolarismo e le forze di espansione fu la formazione degli Stati regionali, attorno a Milano, Venezia, Firenze, Roma. Era il massimo di semplificazione politica a cui la penisola potesse arrivare: la sua prima conseguenza fu la definitiva liquidazione delle possibilità di egemonia del regno di Napoli sul resto della penisola. Questa prospettiva egemonica fu ancora un motivo animatore della politica di re Roberto d’Angiò. Basandosi sull’appoggio della Francia e sull’alleanza con il papa - in virtù della quale egli era il capo del guelfismo italiano - egli poté aspirare al ruolo di supremo moderatore della vita politica italiana. Roberto sembrava avere anche le qualità personali per svolgere questo ruolo. Era altamente apprezzato in Italia per la sua cultura e la sua saggezza: Boccaccio, con non poca esagerazione, scrisse che egli era il re più saggio che gli uomini avessero visto dopo Salomone; e Petrarca - al quale certo non faceva difetto la coscienza delle proprie doti - accettò di farsi esaminare da lui prima di ricevere la corona di alloro.

A Napoli, centro culturale di prim’ordine, fioriva una scuola giuridica di grande rinomanza e venivano a lavorare, chiamati da Roberto, i due maggiori pittori del tempo, Simone Martini e Giotto. Questo era soltanto un aspetto della realtà del regno napoletano, che, per il resto era travagliato da grandi mali, primo fra tutti lo stato di continua ribellione dei baroni. Il grosso dell’attività economica e finanziaria era, poi, in mano di forestieri, che Roberto incoraggiava e favoriva con privilegi e che in parte si erano stabilmente insediati nel regno, ma vi facevano pesare anche interessi esterni. Pe quanto amante della giustizia, della buona amministrazione e della pace, egli –come i suoi immediati predecessori e successori – cercò di rafforzare i legami tra i baroni e la monarchia con ulteriori concessioni, spogliandosi delle proprie prerogative, assegnando terre in feudo, nuovi diritti, nuove rendite: e così facendo, aggravò lo squilibrio politico e sociale. Era il contrario di quanto cercavano di fare altre monarchie in Europa, che avevano nelle borghesie cittadine un punto d’appoggio, potenziale e reale, su cui far leva per mantenere  o costruire un nuovo equilibrio politico. La realtà della situazione interna del regno e della sua debolezza politica apparve all’indomani della morte di Roberto (1343), quando alle ordinarie e generali turbolenze si aggiunsero i feroci conflitti tra i membri della famiglia reale e i loro rispettivi sostenitori. Il ramo dei principi di Durazzo, quello dei principi di Taranto e quello dei re d’Ungheria si contesero il potere da quando salì al trono Giovanna, nipote di re Roberto, fino alla morte della regina Giovanna II  (1435) e alla conquista di Napoli da parte di Alfonso d’Aragona ,che già regnava In Sicilia” (Rosario Villari, Mille Anni di Storia, - Dalla Città Medievale all’Unità dell’Europa, Laterza, Roma –Bari, 2000, pp. 100-101). Lo stato di cose sopra delineato ebbe delle conseguenze particolari in Calabria, essendo la regione contigua alla Sicilia, dove la dinastia aragonese, che ivi regnava, era in una situazione conflittuale quasi permanente con quella angioina del continente; furono conclusi diversi accordi pacificatori, che, però, mai divennero davvero risolutori della contesa, che vedeva contrapposte le due case regnanti. La situazione calabrese di quel periodo è stata ben esplicitata dallo storico Oreste Dito, che l’ha delineata nel modo seguente: “La guerra del Vespro fu l’inizio di quella lunga serie di guerre le quali, quasi senza interruzioni ed in gran parte, combattute in Calabria pel dominio del Napoletano. In ciò bisogna ricercare la causa più evidente, ma non sola, di quel perturbamento generale che si osserva nella vita calabrese e i di cui primi segni si manifestarono fin da’ primi anni del governo Angioino.

Quel perturbamento è in diretta relazione colla stessa politica angioina, che, comunque si guardi, e per il carattere straniero della dinastia e per il modo come si compì e si assicurò la conquista, doveva riuscire anzitutto una politica di solo tornaconto dinastico. Col favorire e rendere potente il baronato, col restituire alle chiese calabresi i diritti perduti sotto gli Svevi ed aggiungerne di nuovi, la politica angioina credette d’assicurare una potente base alla dinastia, legando le sorti di essa, in forza d’interessi reciproci, l’esistenza privilegiata della classe baronale e degli ecclesiastici. Quali ne furono le conseguenze si vedrà in seguito. È certo però che dal punto di vista degl’interessi dinastici la Calabria pesò non poco sulla politica angioina. Né La Corte si limitò a favorire il baronato ed il clero calabrese; ma non pochi altri calabresi furono favoriti, ai quali, specialmente sotto i primi angioini, vennero affidati uffici e missioni delicate” (Oreste Dito, La Storia Calabrese e la Dimora degli Ebrei in Calabria- Dal Secolo V alla Seconda Metà del Secolo XVI – Nuovo Contributo per la Storia della Quistione Meridionale, Edizioni Brenner, Cosenza, Ristampa 1979, p.115). Ma lo stesso governo angioino praticava una politica diversa verso gli avversari politici ed i ceti popolari, per come si può dedurre dal brano che segue: “La confisca dei beni e il diritto che il governo si attribuì di poter rivendicare la proprietà confiscata per reati politici anche se in possesso d’altri fra il volger di venti anni, mentre non si ammetteva prescrizione di tempo per rivendicarla dal condannato e dagli eredi, aumentò le vastissime proprietà demaniali. Tanta proprietà demaniale trasse seco la cattiva amministrazione per parte del fisco; ma oltre l’opera dannosa della Corte, le usurpazioni delle terre demaniali da parte de’ baroni, delle chiese, de’ monasteri, le alienazioni e concessioni d’esse, aggravarono sempre più la condizione generale della popolazione” (Oreste Dito, ibidem, pp.123- 124).

I giudizi degli studiosi sulla dominazione degli Angioini nel Sud Italia, nel complesso, sono stati per lo più drastici, negli ultimi tempi si sono un po’ attenuati, da come si può inferire dal testo seguente: “Anche se il giudizio sulla ‘mala signoria’ angioina è stato ridimensionato, è indiscutibile che gli oltre centosettant’anni di dominazione dei principi di Angiò costituirono un lungo periodo di lotte, disgregazione, instabilità, con le ovvie conseguenze sul territorio nella produzione, nell’asseto insediativo, nelle possibili forme di evoluzione sociale e urbana” (Emilia Zinzi, Calabria. Insediamento e Trasformazioni Territoriali dal V al XV Secolo, in ‘Storia della Calabria Medievale - Culture Arti Tecniche’, a cura di Augusto Placanica, Gangemi Editore, Roma – Reggio Cal., 1999, p.58). Da quanto sopra esposto si può inferire che in Calabria la dominazione angioina se da un lato favorì i feudatari laici ed ecclesiastici dall’altra applicò, in generale, un’esosa fiscalità al resto della popolazione, suscitando, di frequente, tanto malcontento principalmente nei ceti popolari.

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