Lucania felice: Mezzana e il giardino degli dei

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 Un giorno di questo agosto lo dedico agli amici. Quelli che mi chiedono di condividere. E bisogna che ricordi di chi mi ha chiesto. Perché io vivo in un turbine di cose e di pensieri. Forse troppi. Stabilisco per venerdì e diramo gli inviti. Un gruppo piccolo, beninteso. Le mie erranze non sono fatte per le frotte: se si è in troppi non si ha tempo, né modo di smarrirsi. E di pregare. E di ritrovarsi. Ovviamente sto tutto il giorno precedente a ragionare sul percorso. Per adattarlo alle persone che porto con me: gli amici vanno accuditi non torturati. Scelgo "il posto più bello della terra", come lo definì, incredula, una giovane notaia fiorentina incappata per caso in una mia "passeggiata felicitante", organizzata insieme a Stefania Emanuele. Ma quel posto non è lo stesso se lo raggiungi da uno dei diversi itinerari possibili. Quindi scelgo accuratamente. Colle Impiso, principale punto di partenza per il cuore del parco, è già affollato di macchine parcheggiate a casaccio e costellato di rifiuti. Aborrisco questo accesso d'estate. Ai Piani di Pollino non bisogna arrivare da sotto, finendoci dentro! Bisogna spuntare all'improvviso dall'alto per vederli nella loro interezza. Solo così hai un tuffo al cuore. Proseguiamo, allora, verso la Basilicata. Per me terra felice, soprattutto se paragonata alla Calabria. Passiamo per Mezzana Salice, frazione di San Severino Lucano, ove vivono Saverio e Carmela De Marco, cari amici cui ho imparato, in questi anni, a voler bene. Loro fanno parte di quella antica stirpe di uomini e donne che cercano un legame con la terra e i luoghi. Loro non fuggono. Sono dei medium, invece. Mettono in relazione profonda le nostre anime con l'anima dei luoghi. Ci vedremo al rientro nel loro piccolo borgo aulente. Poi su fino alla Madonna del Pollino. Di primo mattino non c'è mai nessuno. Ogni vero fedele, ogni pellegrino moderno, ha i suoi tempi, desidera le comodità e, soprattutto, ha bisogno di quantità incalcolabili di cibo e vino. Noi siamo pellegrini speciali. La Madonna l'andiamo a cercare nelle foreste e sulle cime dei monti. I preti non lo sanno: ma quando la Madonna li vede, fugge nelle selve! A cercare Pan e le Ninfe, con le quali ha un'antichissima frequentazione. Sin da quando si chiamava Iside e forse ancor prima, dacché era la Grande Madre, studiata da Robert Graves, Maria Gimbutas, Riane Eisler. Il primo tratto del sentiero è una mulattiera a mezza costa sulle Gole del Frido. Poi si penetra nel bosco di faggi e abeti bianchi. Superiamo le Gole di Iannace e sbuchiamo sul Piano Iannace. E da lì su, per un antico sentiero, verso la cima di Serra di Crispo. Usciti dal bosco, entriamo in quel dedalo di bonsai giganteschi che Giorgio Braschi chiamò "Giardino degli dei". Quassù c'è un tempio più bello e sontuoso del Partenone. Gli dei sono rimasti. E si sono incarnati. Nei pini loricati che allignano tra le bianche rupi calcaree, le praterie ed i cespugli di ginepro. Sono dei silenziosi ed immoti. Paiono immortali. Perché superano i mille anni di vita! Ma in realtà si disfano anche loro. Prima smettendo di vegetare, poi calcinandosi, infine divenendo cibo per gli insetti fitofagi e humus. E' un modo di morire che mi piace. In fondo non muoiono: solo si trasformano, diventano altro. Sia nella materia che nello spirito (cose che i teologi ortodossi si ostinano a separare ma che in realtà sono unite). E' il momento dello smarrimento, dell'erranza. Ciascuno di noi segue il suo istinto, il suo sentiero. Vaghiamo fra i ciclopi del Pollino, ciascuno attratto dagli spiriti dell'aria e del vento. Io parlo con un albero tozzo e contorto che solleva le braccia al cielo come un grido di gioia. Ovunque volgi lo sguardo, da quassù, ti accorgi che il paradiso in terra esiste. E che non va profanato!

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