Sciabaca e il viaggio della lentezza

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri
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 A “Sciabaca", il festival organizzato a Soveria Mannelli da Rubbettino Editore, è stato il viaggio, il leit motiv, della kermesse culturale che è finita per diventare essa stessa viaggio: un lungo itinerario attraverso l’arte, la musica, la letteratura, il giornalismo. Mostre, dibattiti, lezioni, concerti hanno trasformato la cittadina del Reventino in un laboratorio di idee, di visioni, di utopie possibili. La Sciabaca è la rete dei pescatori meridionali e proprio il concetto di rete, di relazione è quello che più fortemente è emerso da questa edizione del festival. A partire dalla lectio magistralis del geografo Franco Farinelli che ha spiegato come nel mondo globalizzato il concetto di spazio, di distanza, sia oramai inservibile. La realtà è nidificata, interconnessa e il nostro modo di osservare ciò che ci circonda è viziato dagli schemi interpretativi (le mappe) che nei secoli sono stati costruiti per rendere ragione della complessità del mondo. La Calabria e il Mediterraneo, dunque, intesi come reti che mettono in relazione mondi apparentemente lontani che tuttavia diventano vicini grazie ai viaggi, ai viaggiatori e soprattutto a quegli straordinari vascelli di idee che sono i libri. Una lentezza che fa apprezzare quello che ci circonda, che ci fa riscoprire la natura e che riveste di armonia il rapporto dell’uomo con il paesaggio diventando dunque terapia contro la schizofrenia moderna, come ha avuto modo di spiegare Francesco Bevilacqua durante la sua lezione itinerante tra i boschi del Reventino.

   I tre giorni di Sciabaca hanno messo in evidenza come vi sia una Calabria diversa che deve essere narrata, oltre i cliché, una Calabria dove sono molti i giovani che hanno smesso di sognare il posto fisso, come alcuni vorrebbero far credere e che mettono al posto competenze e conoscenze per riuscire a realizzare qui e ora il sogno di restare.

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