Il sud nella crisi dell'Europa e i referendum

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri
Vota questo articolo
(0 Voti)

filippo_veltri-12012017-091926.jpgRiflettere sul fondamentale nodo dello sviluppo del sud legato all’Europa e le sue politiche, dell’Impresa e del supporto bancario, nel momento economico attuale, confrontandosi con l’impegno delle Istituzioni nel Mezzogiorno, è assieme un compito difficile ed anche fuori moda, visti i chiari di luna che in Italia vanno oggi di moda (leggi i recenti referendum lombardo-veneti). La questione meridionale in quanto tale è, infatti, scomparsa dall’orizzonte della politica, lo sara’ ancor di piu’ dopo quanto avvenuto domenica scorsa ed a fatica la si può rintracciare nell’analisi storica. Perché la questione meridionale si sia persa come problema specifico del sud del paese è tema degno di altre e specifiche riflessioni che da tempo andiamo facendo su queste colonne.

Alla prima fase del pensiero meridionalista appartiene la riflessione di Giustino Fortunato al quale è giustamente riconosciuto d’essere stato l’autore della più appassionata perorazione a favore dell’Unità italiana contro i nostalgici della secolare indipendenza napoletana, che attribuivano all’Unità i mali del Mezzogiorno; lo storico , formatosi a Napoli dove morì,  sostenne con vigore che se il Mezzogiorno non si fosse legato allo Stato nazionale non avrebbe potuto essere sottratto ad un destino africano o balcanico, perché il Sud non era  <<l’orto delle Esperidi>>  ma un paese di aspre e brulle montagne, con pochissime pianure, disboscato e quindi senza protezioni naturali, con un sistema idrogeologico disastroso, condannato alla siccità, con una agricoltura, a latifondo, poco redditizia perché i terreni erano in buona parte argillosi e calcarei e che con quel poco dovevano soddisfare le necessità di una nobiltà avida e del 70% della popolazione (quasi totalmente analfabeta) che su quelle terre amare quotidianamente si piegava.

La crisi mondiale degli inizi anni ’90, le successive crisi per finire con quella che per quasi otto anni ha toccato l’Italia ed altri paesi industrializzati , accompagnata dalla crisi istituzionale legata al deterioramento della prima Repubblica, ha fragilizzato ulteriormente il delicato equilibrio socio economico del Sud, che ha ripreso a decrescere vistosamente. Questa nuova profonda crisi ha colto il Mezzogiorno nel pieno della sua trasformazione e, nonostante i grandi progressi compiuti, ha continuato a mantenere il Sud in un complesso sistema di inferiorità. Se il Mezzogiorno di Fortunato, Salvemini, Sturzo, Gramsci era abitato da proletari o poveri che rappresentavano il bisogno da colmare dell’Italia nazione, oggi l’emigrazione di massa risveglia la definizione marxista dei proletari senza frontiere e l’interesse universalistico delle Chiese.

Recentemente Biagio de Giovanni ha messo in guardia l’Europa dal trasformarsi della sua politica inclusiva in un neo mediovalismo che attragga verso Bruxelles le regioni ricche e magari separate dai rispettivi contesti nazionali, come la vicenda della Catalogna sta drammaticamente portando in evidenza, nella speranza di creare un nuovo circuito economico che ignori le diseguaglianze nazionali. C’e’ dunque la necessità di perorare presso le Istituzioni la sussistente necessità di risolvere gli squilibri del Mezzogiorno italiano con politiche di sviluppo e superamento delle crisi in Europa. Così come per la Grecia, il Portogallo, Malta e parte della Spagna. L’Europa si rafforzerà nei processi globalizzati dell’economia, sanando le discrepanze interne al continente. Il che toglierà spazio ai pericolosi sovranismi e regionalismi.  Il che significa che l’Europa deve tornare ad investire energie nella politica e la conferma della Cancelliera Merkel nonché l’elezione del presidente Macron sono per questo di buon auspicio, accanto pero’ al negativo che dilaga ormai nell’ex cortina di ferro confermato per ultimo dal voto nella Repubblica Ceca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA