Tra le macerie del sisma: letteratura, arte, storia, economia da salvare

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
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I manoscritti di Giacomo Leopardi saranno al sicuro a Bologna dopo il terremoto nell’Italia centrale. Sono 27 opere conservate nell’omonimo museo, acquistate nel lontano 1868 dal sindaco di Visso, comune distrutto dal sisma, dove si trova il palazzo Leopardi, la residenza estiva della famiglia, non lontano dal natio borgo selvaggio. Sono sei idilli (tra cui L’infinito), cinque sonetti, quattordici lettere, un commento alle rime del Petrarca, l’epistola al conte Carlo Tiepoli. Appresa la notizia, inevitabilmente il pensiero è andato a un’altra opera del grande poeta, La ginestra, considerata da molti il testamento poetico, a conclusione dei Canti. La ginestra, il fiore bruciato dalla lava del Vesuvio torna a fiorire sulle pendici del vulcano finita l’eruzione: Qui su l’arida schiena/ del formidabil monte/ sterminator Vesevo/ la qual null’altro allegra arbor né fiore,/ tuoi cespi solitari intorno spargi,/ odorata ginestra. Sulla dorsale senza vegetazione del Vesuvio, terribile monte distruttore, che nessun altro albero o fiore rallegra, tu spargi i tuoi cespugli, o profumata ginestra. E ancora i versi rievocativi: Questi campi cosparsi/ di ceneri infeconde, e ricoperti/ dell’impietrata lava,/ che sotto i passi al peregrin risona; (…) fur liete ville e colti,/ e biondeggiar di spiche, e risonaro/ di muggito d’armenti;/ fur giardini e palagi… Questi campi, cosparsi di ceneri riarse e sommersi di lava pietrificata che risuona sotto i passi del passeggero (…) furono rigogliose campagne e campi coltivati, e biondeggiarono di spighe, e riecheggiarono del muggito degli armenti. Continuano i versi: “… or tutto intorno/una ruina involve/ dove tu siedi, o fior gentile, e quasi/ i danni altrui commiserando, al cielo/ di dolcissimo odor  mandi un profumo/ che il deserto consola (…) ov’ei men teme/ con lieve moto in un momento annulla/ in parte, e può con moti/ poco men lievi ancor subitamente/ annichilare in tutto. Ora la rovina copre tutti quei luoghi intorno, dove tu fiorisci, o fiore gentile e quasi avendo pietà delle disgrazie altrui, al cielo diffondi un profumo dolcissimo, che consola il deserto. (…) Quando egli (l’uomo) meno se lo aspetta, con una leggera scossa in un istante, può distruggere in parte, e con scosse un po’meno leggere all’improvviso annientare completamente. E allora Leopardi esorta gli uomini nobili, consci della propria fragilità, ad allearsi di fronte al potere distruttivo della natura che è madre di parto e di voler matrigna, per risollevarsi attraverso la solidarietà, la sola che ci consente di reagire e di uscire, dalla precarietà: … l’umana compagnia,/ tutti fra sé confederati estima/ gli uomini, e tutti abbraccia/ con vero amor, porgendo/valida e pronta ed aspettando aita/ negli  alterni perigli e nelle angosce/ della guerra comune … La società (l’umana compagnia) ha fatto un’alleanza per contrapporsi o porre un limite ai disastri perpetrati dalla Natura e prende tra le braccia tutti gli uomini con vero amore. Si tratta di una confederazione (confederati estima gli uomini) di mutuo soccorso in ragione della umana precarietà rispetto ai pericoli. E l’ultima stanza (strofa) si ricollega alla prima: E tu lenta ginestra,/ che di selve odorate/queste campagne di spogliate adorni,/ anche tu presto alla crudel possanza soccomberai …/ e piegherai/ sotto il fascio mortal non renitente/ il tuo capo innocente;/ ma non piegato insino allora indarno. La piccola ginestra si piega, ma non nel tutto, non è mai doma. Così Giorgio Barberi Squarotti, poeta e critico letterario: “… la ginestra accetta con eroica dignità il proprio destino di morte (…); ma, con altrettanto eroico coraggio, sa riemergere dalla lava pietrificata…”

E’ stato immediato il ricorso ai versi leopardiani, forse dandone, in qualche passaggio, una nostra particolare interpretazione, al di là dei canoni della critica letteraria che pur esprime opinioni diverse. In ogni caso la lirica aleggia sui borghi devastati dell’Italia centrale: sono i veri cespugli da cui emana, mentre ritornano alla luce grazie al vero amor degli uomini confederati, il profumo dei tesori d’arte, i fiori odorosi della ginestra. Salvate ad Amatrice la “Madonna con bambino e San Giovannino” insieme a reliquiario della Madonna di Filetta; messi al sicuro la Croce processionale di Pinaco e quella di Preta di Pietro Paolo Vannini; abbiamo ammirato la pala della Crocifissione con i Santi Francesco e Caterina. Recuperati a San Francesco di Borgo ad Arquata del Tronto senza alcun danno la copia della Sacra Sindone e un tabernacolo policromo. Non dimenticheremo facilmente i resti della Basilica di San Benedetto a Norcia. Sono stati straordinari gli uomini confederati: squadre di rilevamento dei Beni culturali, i Vigili del fuoco, la Protezione  civile, il Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale. Alcuni di loro hanno pianto quando le opere d’arte sono venute alla luce.

La ricchezza delle aeree interne della nostra Penisola non è solo artistica. C’è tanta storia. Visso, come riportano i servizi di Repubblica, sarebbe sorto 900 anni prima di Roma. Prima della scossa fiorivano attività economiche alimentari e l’arte della tessitura per produrre tappeti. A Cascia, la città di Santa Rita, il turismo religioso con un milione e 200 mila devoti all’anno. Importante per la produzione dello zafferano. Millenni e Secoli raccontano a Preci. Sembra che la Sibilla si sia rifugiata in una delle caverne della zona dove c’era un tempio dedicato a Castore. Secondo quanto scrive il quotidiano romano, i Preciani, istruiti dai monaci benedettini, diventarono famosi chirurghi. Elisabetta I fu operata di cataratta da un medico del posto. Prosciuttifici e vasche del centro ittico erano i fiori all’occhiello dell’economia. Oggi è rimasto poco o niente: Di queste case/non è rimasto/ che qualche/ brandello di muro/ (Ungaretti che si riferiva alla Grande Guerra).

Circa 30 mila gli sfollati. Tende, container, ospiti degli hotel delle zone costiere. In parecchi non sono andati via, in particolare gli allevatori e gli agricoltori. Apprezzamenti e stima per i comportamenti composti di chi è stato colpito dal sisma; gente dignitosa, nelle interviste ha espresso la voglia di restare e di ricominciare nonostante tutto: “Se muoiono i borghi, muore l’Italia. Mettere in sicurezza e poi intervenire”. Parole chiare e perentorie. Tanta voglia, tanta energia ci hanno fatto pensare all’antropologia di Vito Teti: “Le stesse rovine e le devastazioni, che disegnano mappe e raccontano storie, potrebbero essere trasformate in risorse identitarie, riconvertite in un grande e globale  piano di ricostruzione e di riorganizzazione del territorio, di risanamento del paesaggio”.

Wikipedia ci informa su Franco Arminio, poeta, scrittore e regista. Lui preferisce il titolo di “paesologo”; racconta i piccoli paesi d’Italia; lo si trova nel blog “Comunità provvisorie”. L’anno scorso ha fondato la Casa della Paesologia a Trevico (AV). E’ il direttore artistico del festival della Paesologia “La luna e i calanchi” di Aliano in provincia di Matera, diventato Gagliano nel “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi. Diversi premi e attestati importanti. Ricordiamo “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paseologia” e “Geografia commossa dell’Italia interna”. Nel settembre scorso l’Espresso gli ha dedicato due pagine. Lo scrittore dei paesi (dimenticati?) spera che si realizzi la Strategia Nazionale delle Aree Interne dell’ex ministro Fabrizio Barca che “coinvolge 66 aree selezionate in tutta Italia (circa mille comuni e 2 milioni di abitanti)” (…) attualmente guidata da Sabrina Locatelli (…) e vede tuttora impegnato anche Barca in veste di consulente a titolo gratuito”. Da qui si potrebbe ripartire per mettere in sicurezza i paesi devastati e attuare gli investimenti. Si può fare. Dopo la tragedia la rinascita. Ce lo auguriamo. La ginestra testarda non finisce mai di stupire…

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