Ancora sul piano migranti di Minniti e le nuove rotte

Scritto da  Pubblicato in Pino Gullà
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 Non c’è alcun dubbio che Minniti si è messo in gioco e vuole risolvere il grave problema dei migranti. I dati del ministero degli Interni rivelano un forte calo degli arrivi e, grazie a Dio, dei morti in mare rispetto agli stessi mesi dell’anno scorso. E ci sono ancora altri aspetti positivi. Il ministro ha incontrato agli inizi di settembre Haftar, il generale della Cirenaica (regione della Libia orientale). Primo rappresentante delle istituzioni italiane a porre attenzione all’uomo forte di Tobruk. I suoi omologhi del recente passato avevano privilegiato sempre Tripoli, non considerando che Haftar controlla alcune rotte di migranti provenienti dall’Africa subsahariana e diretti, attraverso il Fezzan (regione quasi desertica a sud della Tripolitania), verso il Mediterraneo. Non sono un mistero gli ottimi rapporti tra il generale e al Sisis, presidente della Repubblica egiziana, anch’egli militare. Non a caso il giorno di Ferragosto è stato rispedito al Cairo l’ambasciatore italiano, in precedenza richiamato per le reticenze del governo egiziano sull’omicidio dello stagista Regeni. Tutto ciò nonostante le proteste dei genitori del ragazzo ucciso. Sono i costi da pagare specialmente a livello internazionale: la politica cinica, questa volta di casa nostra, ha sacrificato le sacrosante richieste di giustizia di una famiglia italiana affranta dal dolore in cambio della buona riuscita delle azioni diplomatiche nella fattispecie del problema migranti. Non bisogna dimenticare che il 25 febbraio 2015 il generale, sostenuto fortemente dal presidente egiziano al-Sisis, fu nominato ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore del governo cirenaico di Tobruk. Verosimile, quindi, la mediazione segreta dell’Egitto per favorire l’incontro tra il ministro italiano e il generale libico, superando così i malumori e le critiche dei mesi scorsi per aver trascurato il governo di Tobruk. Ed ecco i risultati con le stesse modalità, nella sostanza, dei patti bilaterali con le municipalità e le tribù libiche: nel successivo incontro a Roma di qualche settimana fa, presenti, oltre Minniti, anche Pinotti, ministro della Difesa, e Graziano, capo di Stato maggiore, al vertice dei servizi segreti, il generale ha avanzato richiesta di elicotteri e non solo per il controllo del Fezzan; poi istanza di revoca dell’embargo Onu e programma di addestramento militare in Libia da parte dell’esercito italiano. Permangono i contrasti tra il generale e il capo del governo di Tripoli; questi sono i limiti.

 Altro aspetto negativo in prospettiva: se Haftar alza il prezzo delle richieste, identico atteggiamento potrebbe assumere al-Sarraj; lo stesso vale per municipalità, tribù, milizie della Libia. Quasi sotto ricatto in una Paese allo sbando che ha difficoltà a vivere secondo le regole. Ma finora la capacità diplomatica di Minniti ha prevalso; i buoni rapporti con gli attori del frammentato mondo libico (tribù, municipalità, governo di Tripoli, governo di Tobruk) reggono. Non era scontato in una regione dove ancora sembrano comandare le milizie islamiche, a volte vere e proprie bande che raramente si accordano con l’esercito di Haftar. Gli sforzi dell’Onu non hanno prodotto frutti concreti riguardo all’accordo del 17 dicembre 2015 “per la costituzione di un esecutivo di unità nazionale” firmato dai rappresentanti dei due governi. Ma i parlamenti di Tripoli e di Tobruk si sono rifiutati di ratificarlo. In pratica non si è raggiunta una sostanziale unità dello Stato libico: da una parte il Congresso nazionale generale (Tripoli), dall’altra il governo di unità nazionale (Tobruk) a cui fa riferimento Haftar. Il guaio è che non si riconoscono l’un l’altro. Al- Sarraj è primo ministro del Consiglio presidenziale formato appositamente dall’Onu con annessa e concessa legittimazione internazionale. In questo pantano si muove Minniti.

 In una situazione del genere si possono inserire nuove organizzazioni criminali, anche italiane. A giugno scorso i magistrati palermitani hanno arrestato i componenti di una banda, tra cui diversi italiani, che hanno organizzato almeno cinque viaggi dalla Tunisia alle coste siciliane verso Mazara o nell’Agrigentino. Si sospettano legami con elementi jihadisti. Non viene escluso un eventuale viaggio con foreign fighters. “Sbarchi fantasma” in Sardegna; arrivano di notte sulle coste del Sulcis con poche persone a bordo. Alcuni vengono intercettati e portati nei centri di identificazione, altri spariscono nel nulla, anche le imbarcazioni. Il sindaco di Pozzallo in provincia di Ragusa ha espresso la sua preoccupazione per iscritto a Minniti perché negli ultimi approdi sospetta la presenza di criminali; il primo cittadino di Lampedusa lamenta problemi di ordino pubblico. Nuovi arrivi anche dall’Algeria. Riprende il flusso continuo su altre rotte. Almeno così pare. Le ipotesi al riguardo di Marco Ludovico giornalista de Il Sole 24 ORE, esperto di immigrazione e di intelligence: “Le cause delle partenze sono molte. Una crisi economica in Tunisia diffusa e radicata. Un aumento dei disordini ai confini con la Libia con caduta dei controlli (…). I periodici provvedimenti di indulto liberano carcerati con prospettive fin troppo incerte, migrare sembra la loro soluzione più a portata di mano. C’è perfino chi ipotizza richieste di finanziamenti all’Italia, sotto il ricatto di migrazione …” L’ultima ipotesi è la più pericolosa perché potrebbe incentivare il flusso migratorio a vantaggio dei trafficanti. Occorre evitare la strategia di contenimento dei flussi di breve periodo e sottoposta all’eventuale ricatto delle località che si trovano sulle loro rotte. Cascate di miliardi o altro in termini di armamenti ai Paesi africani con minor interferenza possibile verso i governi acuirebbe la questione.

 Esiste almeno un precedente, come ci informa Nancy Porsia, esperta di Medio Oriente e Nord Africa, già citata nei precedenti articoli. Ai tempi di Gheddafi, nel 2008, ci fu un aumento notevole dei flussi migratori, 37 mila migranti; niente a che vedere con gli oltre 100 mila di oggi; ma allora vennero percepiti come numeri importanti. Tornò utile il “Trattato di amicizia italo-libico, con cui Roma si impegnava a versare 5 miliardi di dollari, spalmati in venti anni come risarcimento arrecati dal colonialismo [italiano], nonché a consegnare quattro motovedette nuove di zecca per il pattugliamento delle coste libiche. Nel 2009 il regime arrestò i principali passatori presenti sul territorio libico decapitando la rete che garantiva il trasporto fino alla costa. Nel 2010 gli arrivi erano crollati del 90% rispetto all’anno precedente”. Nel 2011, quando le ondate di proteste presero una brutta piega per il rais, il Colonnello ordinò di liberare i passatori, offrì loro del denaro per spedire i migranti nell’Europa traditrice. Tutto ritornò come prima, anzi peggiorò fino ad arrivare al caos dei giorni nostri. Emblematico di un passato recente che aiuta a comprendere aspetti positivi e limiti di certe azioni politico-diplomatiche del presente in una regione fragile dell’Africa dove tutto può mutare da un momento all’altro. Tanto altro lavoro resta da fare al ministro dell’Interno italiano. Dovrebbe rivolgersi all’Onu per ulteriori soluzioni e all’Unione Europea che non può solo “applaudire” e dire “Bravo!”, ma intervenire a fianco dell’Italia.

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