Il dialetto urbanistico

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida
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 A Montechiarugolo, diecimila abitanti circa in provincia di Parma, hanno sostituito tutti i lampioni con lampade a led. A Paderno Franciacorta, nel Bresciano, i terreni pubblici inutilizzati sono stati trasformati in orti gestiti da una cooperativa sociale. E ai privati che, a loro volta, rinunciano a costruire sui loro terreni e ne mettono a disposizione una parte per la coltivazione, viene garantito un vantaggio economico. Cassinetta di Lugagnano è stata invece la prima cittadina a dotarsi, nel 2008, di un piano urbanistico generale a crescita zero: qui è vietato costruire su suolo vergine. Si fanno deroghe solo nella zona industriale, per le aziende che devono ampliarsi. Piccoli paesi che insegnano la grammatica urbanistica e che ispirano le città: Parma per prima. Dopo piani urbanistici con un'idea di città (il Programma di Fabbricazione) o con un'idea strategica (il Piano regolatore generale), nella Lamezia 3.0 (sarebbe più corretto “zero appunto zero”) di inizio millennio si è realizzato un arretramento culturale, economico e civile senza precedenti. Grazie ai tragediatori, il cui mito è finito da tempo, come documenta Francesco Forgione. È il segno dei tempi? No, è il segno di questa città. Il territorio è da “mangiare” – suggerisce la “filosofia” del terzo millennio, come la Milano “da bere” di qualche decennio fa. Tutto con ritardo.

Lamezia – più di altre città – ricorda quella famosa battuta del film “Il laureato”: “l'avvenire è nella plastica”, si suggeriva nell'orecchio del giovane fresco di diploma. E la plastica, meglio la Sud Italia Resine, arrivava quando l'industria chimica era in declino. Il lungomare compare dopo lunghi divieti di balneazione, alla vigilia dell'approvazione del Quadro territoriale regionale paesaggistico, che sancisce l'inedificabilità dell'arenile; il mare è inquinato e, per giunta, i piani prefigurano nuvole di frittura di pesce, invece della salsedine. Del resto si pensa bene a mettere a confronto padelle di olio fritto e inconciliabili tacchi di immaginarie turiste straniere.

Il male, come il mare, è uno solo. La verità è che a Lamezia bisogna avere tutto (o niente), come una sedimentazione naturale di tutte le culture: il turismo, l'industria, la residenzialità. Non ben distribuite e organizzate in orizzontale, ma una sull'altra. In verticale, sta tutto meglio: questo è il consumo zero secondo l'interpretazione dialettale, assolutamente originale, dopo le “lezioni” dei tragediatori dei primi lustri del terzo millennio Dove si producono alimenti bisogna almeno insediare un bell'impianto di depurazione: questa è la “differenziata urbanistica”, un'invenzione di produzione locale, modello Lamezia da “mangiare”. Si propone il turismo e intanto rimangono attivi insediamenti di trattamento dei rifiuti, e accanto al depuratore si mettono i cartelli turistici in varie lingue straniere, come in località Sirene, verso sud. Tutto a posto, “paisà”. L'urbanistica dialettale è qua.

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