I Bronzi, la mafia e gli inchini

Scritto da  Pubblicato in Giovanni Iuffrida

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In questi giorni si è assistito a un tourbillon d'interventi sull’utilità e opportunità di inviare in missione culturale i Bronzi di Riace all'Expo 2015. Molti uomini di cultura sulle pagine di quotidiani nazionali e regionali hanno gridato un “no” chiaro. Le motivazioni ruotano sostanzialmente intorno a due posizioni: la fragilità delle due sculture, che ne sconsiglierebbe il trasporto, e la necessità di ancorarle stabilmente al luogo, cioè alla Calabria, per ragioni di microeconomia a vantaggio della regione (cioè per gli effetti del loro richiamo turistico-culturale). Due motivazioni che appaiono discutibili. La prima motivazione non sembra avere una sufficiente documentazione, né la competente Soprintendenza ha ben spiegato le ragioni tecniche, economiche e culturali che sconsiglierebbero definitivamente qualsiasi “viaggio” dei Bronzi, che si trovano paradossalmente in Calabria proprio perché naufragati lungo un antico itinerario marittimo. La seconda motivazione appare risibile rispetto ai dati relativi all’affluenza di pubblico al Museo di Reggio Calabria e ancora di più per l’assenza di una politica di salvaguardia e valorizzazione del contesto, cioè del territorio regionale: l’aggressione al paesaggio, all’ambiente, i rifiuti sparsi per ogni dove fanno pensare a una totale assenza di progetti per incentivare il turismo. In altri termini la politica non risulta che abbia prodotto, a qualsiasi latitudine governativa (regionale, provinciale, comunale), azioni concrete per la conservazione/valorizzazione delle risorse di cui disponeva la Calabria, precondizione necessaria per poter sostenere politiche turistiche.

Vito Teti, un intellettuale che rappresenta la Calabria migliore, ha ben argomentato la sua posizione citando Italo Calvino che, conoscendo bene la potenza dei miti e dei simboli, ha sostenuto che, proprio perché i Bronzi sono arrivati dal mare, “sembrano avere loro stessi un destino e un desiderio di viaggiare”. Per questo, i Bronzi rappresenterebbero bene una faccia positiva dei calabresi che hanno viaggiato molto “scrivendo” storie di migrazione e soprattutto per aver fatto conoscere la propria povertà nel mondo ma purtroppo anche la “ricchezza” connotativa: la mafiosità. La remora dei calabresi di farsi conoscere, non attraverso le varie forme di emigrazione con cui hanno abituato nel corso di oltre un secolo il continente americano e, poi, l’intero continente europeo, ma con opere della creatività, dell’ingegno artistico, può essere comprensibile solo per questa motivazione: il pudore di farsi rappresentare dai Bronzi, per la consapevolezza che di fatto sono opere dell’ingegno greco e non della Calabria. La vera fragilità culturale calabrese è, invece, ben simboleggiata dalla “migrazione” della statua di San Bartolomeo che, da Giffone di cui è patrono, è sbarcato nel comasco per la celebrazione del rito della processione religiosa e per ricordare agli italiani gli inchini dei calabresi ai capimafia: uno spettacolo che documenta la calabresità nel mondo. Questo sicuramente rappresenta, senza falsità, agli occhi dell’umanità intera, la Calabria così come realmente è. È bene dirlo: i Bronzi in realtà non rappresentano la cultura calabrese ma – come le tante opere architettoniche e artistiche sparse nel territorio, realizzate nel corso della storia da architetti e maestranze di altre regioni – un mondo aulico che non è mai appartenuto intimamente alla Calabria. Ciò spiega la resistenza (forse) inconsapevole a delegare i due guerrieri a rappresentare la Calabria positiva all’Expo 2015.

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