Calabria normanna: chiesa latina e chiesa greca

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio
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La dominazione normanna nell’Italia meridionale determinò mutamenti profondi nella struttura politica e istituzionale: unificò le terre bizantine, quelle longobarde e la Sicilia musulmana in un’unica entità statuale. La politica dei sovrani normanni non fu univoca, ma risentì, di volta in volta, sia delle differenti circostanze del momento sia degli atteggiamenti personali di chi era al potere e dei suoi interlocutori, in certi casi sostenitori, in altri fieri avversari; tali situazioni si verificarono spesso con i feudatari, le comunità preesistenti ed anche con le istituzioni ecclesiastiche. Nel presente scritto si cercherà di delineare, negli aspetti generali, i rapporti che si vennero a determinare, nel loro complesso, tra i sovrani e la chiesa latina e quella greca; si faranno, innanzitutto, dei cenni su tali rapporti in tutto il Regno per poi cercare di indicare alcuni aspetti peculiari della Calabria. Va detto, preliminarmente, che i Normanni furono favorevoli, in linea di massima alla chiesa latina, ma non accanitamente ostili a quella greca, per come si può evincere dal testo successivo: “L’avvento dei Normanni e la formazione del nuovo stato (dapprima con la denominazione di ducato di Puglia e Calabria poi, con Ruggero II, di regno di Sicilia) determinò una serie di trasformazioni, alcune riconoscibili nell’immediatezza dell’evento stesso e altre sul lungo periodo, negli assetti della Chiesa di Calabria. Ovviamente non poteva cambiare in tempi brevi la sua caratteristica di fondo, ampiamente impregnata di grecità. Iniziarono però dei processi che dovevano portare, nel giro di pochi secoli, a un significativo ridimensionamento, se non addirittura alla decadenza e alla scomparsa dell’impronta bizantina […] Il concetto di Rekatholisierung (cioè di ‘ricattolicizzazione’) ha avuto di recente una notevole fortuna nella storiografia sui Normanni, in riferimento appunto alla politica ecclesiastica messa a punto nei territori di tradizione greca, soprattutto nei confronti dei vescovati […].

Senza addentrarci nel problema, possiamo ritenere che il progetto di riorganizzazione delle Chiese meridionali nel loro complesso, come sancito a Melfi nel 1059 dal giuramento di Roberto il Guiscardo dinanzi a papa Niccolò II, passava attraverso l’impegno a restaurare la giurisdizione di Roma. Sulla base di questo principio fondamentale, che non implicava in sé un pregiudizio antigreco, poggiarono gli interventi messi in atto nei confronti del mondo ecclesiastico italogreco, ivi comprese le diocesi calabresi” (Pasquale Corsi, La Chiesa Latina: Organizzazione Culturale, Economica e Rapporti con  Roma e Bisanzio, in ‘Storia della Calabria Medievale- I Quadri Generali’, Gangemi, Roma-Reggio Cal., 2001, p. 301). Al fine di spiegare e chiarire meglio il senso storico-culturale del termine ‘ricattolicizzazione’, sopra citato, della chiesa meridionale sotto la dominazione normanna, si riporta il passo successivo, che esplicita i motivi e le circostanze per cui al papa era stata sottratta la giurisdizione su tale chiesa da parte dell’Imperatore: “Intorno al 730, nel momento in cui in Oriente scoppiava la crisi iconoclasta [Nell’Impero Bizantino era vietato e punito il culto delle immagini sacre, mentre il papato lo faceva praticare e lo difendeva, N.d.R.] e in cui il papa, che viveva in territorio bizantino, cominciava ad allontanarsi dall’imperatore per cercare protezione dal nuovo potere franco, le autorità bizantine sottrassero all’obbedienza romana la Sicilia e la Calabria, insieme all’Illirico orientale, riportandole all’obbedienza del patriarcato di Costantinopoli; intanto le proprietà della Chiesa romana vennero confiscate. Fino allora non solo queste regioni dipendevano dal patriarcato romano, ma il papa era il solo metropolita di tutta l’Italia suburbicaria (centrale e meridionale) e delle tre isole tirreniche, Sicilia, Sardegna e Corsica. Furono i Bizantini a porre fine allo stato di cose creando metropoli greche a Siracusa e a Catania, poi, nella seconda metà del IX secolo, a Reggio Calabria e, con l’espansione dell’elemento ellenofono nella Calabria settentrionale, a Santa Severina” (Jean-Marie Martin, La Vita Quotidiana nell’Italia Meridionale al Tempo dei Normanni, Rizzoli, Milano, 1997, p.266). La sostituzione dei vescovi cattolici a quelli bizantini di solito avvenne allorché la sede restò vacante; ma ci furono esempi diversi, come quelli indicati nel brano seguente: “A Reggio i Normanni scacciarono dal seggio (se mai l’aveva occupato) il metropolita Basilio, eletto tra il 1078 e il 1079 dal patriarca di Costantinopoli. Basilio protestò vivacemente per questa prevaricazione nel concilio di Melfi del 1089; avendogli però il papa Urbano II chiestogli un atto di sottomissione alla sede di Roma, Basilio si rifiutò nettamente, sicché le sue pretese rimasero vane […] Un tentativo di latinizzazione fu attuato anche a Rossano, la cui popolazione era prevalentemente greca.

Dopo la morte dell’arcivescovo Romano, verso il 1093, il duca Ruggero Borsa cercò infatti di imporre un presule latino, ma dovette recedere dinanzi alla ferma opposizione degli abitanti. L’arcivescovo di Rossano rimase quindi greco, secondo la tradizione locale, sino al 1460…” (Pasquale Corsi, op.cit., pp.302-303). Da quanto sopra riportato si può dedurre che i Normanni sostenevano senz’altro la Chiesa latina, ma lo facevano in modo graduale e con realismo, cercando di evitare tensioni e violenze, dove l’elemento bizantino era numeroso e ben radicato nel territorio, allorché  si doveva procedere all’ elezione di un vescovo per una sede rimasta vacante. Un ruolo molto importante assunsero i monasteri calabresi di diversi ordini religiosi occidentali del tempo: Benedettini, Cistercensi, Certosini e Florensi; va evidenziato che gli ultimi due  Ordini monastici furono fondati in Calabria rispettivamente da San Bruno (Colonia 1030 circa – Serra San Bruno 1101) e dall’abate Gioacchino da Fiore (Celico intorno al 1145- San Giovanni in Fiore 1202). Numerose furono le abbazie edificate dai Normanni nella regione; esse svolsero una funzione non solo religiosa, ma anche economica e culturale, e, in certe località, modificarono perfino il paesaggio; il monachesimo latino svolse un ruolo di notevole rilievo nell’epoca normanna, da come si può inferire dal testo seguente: “Gli impianti dei Regolari (abbazie, priorati, certose, grange…) sono componenti fondamentali delle facies [Termine latino: aspetti, forme, N.d.R.] che il territorio assume, fra impegno laico e religioso, volontà politiche e forze organizzative della chiesa secolare negli abitati, presenze di tradizioni e forze locali, apporti allogeni. L’insediamento monastico in Calabria non è realtà a sé stante in un contesto definito nelle sue componenti spaziali e storiche, ma parte integrante di una totalità in fieri [ Espressione latina: in divenire, in via di farsi, N.d.R.], quale può essere considerata la vita del territorio” (Emilia Zinzi, Calabria. Insediamenti e Trasformazioni Territoriali dal V al XV Secolo, in Storia della Calabria Medievale- Culture Arti tecniche, Gangemi, Roma-Reggio Cal., 1999, p.46).

I rapporti tra Chiesa latina e Chiesa greca nel periodo normanno furono improntati, nel complesso, a un senso di separatezza e di distacco, per come viene riportato nel passo che segue: “La presenza di vescovi greci, il cui numero andò in ogni modo riducendosi a  partire dall’epoca della conquista, aggiunse un elemento originale e culturalmente interessante ma assai poco importante sul piano religioso, tanto più che i contatti fra Greci e Latini non risultarono intensi e le influenze reciproche possono essere considerate trascurabili; anche i contrasti si limitarono a un ambito strettamente locale”  (Jean-Marie Martin, op.cit., p. 283). Il testo sopra riportato si riferisce a tutta l’Italia meridionale conquistata dai Normanni, ma può considerarsi applicabile alla Calabria, dove l’elemento bizantino era allora abbastanza rilevante.

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