Monte Cardoneto: saggezza e follia secondo Erasmo da Rotterdam e Miguel de Cervantes

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
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 Oggi è un giorno buono per smarrirsi. Solo quattro. Quattro folli. Gli altri hanno dato forfait. Avevo deciso per un cammino collaudato: perché dovevano venire anche dei savi. Non disposti a tutto. Affatto pronti a smarrirsi. Riluttanti a errare. I savi, nel cammino e nella vita, sono coloro che hanno imparato a contenere le emozioni, come diceva Seneca. Desiderano un cammino senza inciampi, prevedibile, possibilmente ben segnalato. Non amano salire, scendere, risalire, riscendere, tornare sui propri passi, prendere un’altra direzione, cercare a lungo la via, girare a vuoto, cercare sentieri perduti, prolungare di ore il cammino, attraversare luoghi di cui conosci solo i nomi dalle carte, il rischio di passare una notte non prevista all'addiaccio. Per cosa poi?

Solo per ritrovare la via e ritrovarsi? Per loro tutto questo non è nemmeno concepibile. Voi direte che Erasmo da Rotterdam scrisse nel 1511 un “Elogio della follia”. E’ vero. Ma fu considerato eretico e alcuni suoi libri vennero messi al bando. Scrive Erasmo: “Ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione”. Ai savi ci tengo. Non voglio farli soffrire. Voglio renderli felici. Perciò quando ci sono loro, mi comporto da savio anch'io. Divento razionale, premuroso. Mi prende un'ansia positiva. Esattamente come nel mio lavoro. Ma se so di avere con me solo dei complici ... allora divento pericoloso. Come stamane. Prendiamo il bivio per Caporosa, da dove dovremmo salire, secondo il programma, a Pietra di Pino per poi andare sul Monte Palombelli e da lì tornare ad anello lungo la valle di Torre Fiumarella. Invece fermo la macchina all'imbocco per la stradina che sale a Torre Tassitano, sotto il Monte Cardoneto. Ho fatto un giro nella zona una sola volta, tanti anni fa, quando scrivevo il mio libro sulla Sila. Ricordo poco. Guardo i complici con fare interrogativo. I complici comprendono il mio desiderio. E assentono, pur non sapendo quel che ho davvero in testa.

Qualche battuta con i locali. Sono sempre convinti che vogliamo andare da qualche parte in fuoristrada. Hai voglia a spiegare loro che intendiamo usare le gambe per quel che realmente servono! Ci incamminiamo. A Torre Tassito un bambino dell'Est Europa ci mostra la roulotte dove vive con i genitori. Che fanno qui i pastori e i contadini per conto di qualcuno. Sono di quelli che – dicono – tolgono il lavoro agli italiani. Ma io non vedo molti italiani pronti a prendere il loro posto. La torre è rimaneggiata e diruta. Salendo si apre verso sud uno dei più bei panorami della Sila: campi coltivati, boschetti, ruscelli, castagni, meli e peri selvatici isolati, piccole macchie; poi la valle dei mille rivi che scendono verso un ramo del Lago Ampollino; e dietro, sullo sfondo, montagne e foreste di faggi e conifere a perdita d’occhio. Non c’è un altro paesaggio così in tutto il Mediterraneo.

Entriamo nel bosco. Dacché lo vidi l’ultima volta è cresciuto. I giovani pini svettano dritti verso il cielo azzurro. Un ruscello copioso alimenta una condotta irrigua. Saliamo alla sella fra Monte Melillo e Monte Cardoneto, oltre la quale si apre la valle del Lago Arvo. Deviamo ad est, verso il largo crinale del Cardoneto. Lo traversiamo tutto. Foresta, sempre foresta: a nord ceduo di faggio, a sud pini larici. Cerco ovunque. E finalmente trovo. Due bei cumuli di graniti e, accanto una vista meravigliosa della valle da dove proveniamo, incorniciata fra i pini. Giù per l’opposto versante. Piazzole di carbonai. Dedalo di stradine forestali dismesse. Dubbi sulla direzione da prendere. Finalmente riconosco il Piano del Parlamento: complesso di praterie madide di acque sorgive, verdi come in primavera. Poi giù, lungo una bella foresta di pini a fianco della Fiumarella. Lo stazzo che ricordo è abbandonato. Si apre un’altra bellissima valle di pascoli con vacche e vitelli scampanellanti. Solcata al centro dalla Fiumarella, nelle cui acque in magra guizzano comunque le trote. Un orbettino sguscia nell’erba. Due talpe morte. Una poiana nel cielo. Poi il rudere austero della Torre. Ora dobbiamo lasciare il noto per l’ignoto. Lo facciamo con fiducia, secondo il consiglio di Plotino. E tracciamo un cammino verso sud-ovest. Dei vecchi sentieri non è rimasto nulla. A lungo, nel bosco sempre uguale, anzi, nella giungla. Fortemente tentati di tornare indietro. Ma insistiamo. Ecco un valico che mi ricorda qualcosa. E finalmente, il primo vecchio nucleo di case abbandonate: Torre Cappello di Paglia, nome curioso. Ora so di essere esattamente dove volevo. Segni di vita antica. Solitudine, silenzio, vastità.

Odore di resine, timo, menta. Ruscello che impingua coltivi. L’altro gruppo di case: Quarto di Cappello di Paglia. Qui c’è invece qualcuno, ma non abbiamo il tempo di familiarizzare. Siamo all’auto dopo 21 chilometri e 8 ore di cammino. Sulla strada del rientro incappiamo nella "sagra della patata" allestita lungo strada e negli spazi circostanti il bivio di Bocca di Piazza. Migliaia di persone savie impediscono il normale flusso veicolare, incoraggiate da un servizio d’ordine numeroso quanto impeccabile (!). Un olezzo misto di gas di scarico, fritti e arrosti ha sostituito i profumi del bosco e dei campi. Schiamazzi, vagiti, urli, musica a tutto volume hanno preso il posto del vento tra le fronde. Gli alberi, qui, sono sostituiti da bipedi mutanti che vengono a massacrare il loro tempo libero con inutili futilità. E passeggiano sull’asfalto in cerca di prodotti tipici, per gran parte cinesi. Mai più su questa strada l’ultima domenica d’agosto! Quando i savi diventano migliaia è molto peggio che rischiare di smarrirsi. Qui si può perdere il senno! Dopo il duello finale con il Cavaliere della Bianca Luna, in cui Miguel de Cervantes racconta come Don Chisciotte perde la sua battaglia di cavaliere errante e decide, lealmente, di ritirarsi a morire, qualcuno si rivolge al Cavaliere della Bianca Luna e pronuncia queste parole: “Oh, signore […], Dio vi perdoni del torto che avete fatto a tutto il mondo nel voler far diventare savio il pazzo più simpatico che ci sia in esso! Non vede, signore, che il vantaggio che può produrre il rinsavimento di don Chisciotte non potrà mai arrivare al piacere che dà con tutte le sue follie?”

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