Mnemosine, la dea della memoria

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua
Vota questo articolo
(2 Voti)

francesco_bevilacqua.jpg

 Il freddo delle scorse settimane è svanito. Una bassa pressione aleggia nell’atmosfera. Con una bella coltre di nuvole grigio scure a perdita d’occhio. Un mondo in ombra. Senza le distanze, i contrasti, la tridimensionalità della luce. Anche così è bello. Perché la terra non ha confini. Pare infinita. Eppure è piccola, questa terra dove abbiamo deciso di errare oggi. Non siamo in alto, sulle montagne ancora innevate, ma avvolte in uno scuro sudario e senza più neve sugli alberi (che è poi l’orpello più straordinario della neve in montagna). Oggi no. Il richiamo è in basso, non lontano dalla città, il quella fascia liminare di paesaggio dove né si vive né si va in vacanza. Le colline tra gli abitati e l’alta montagna.

Che una volta erano granai, pascoli, carbonaie, vigne, querceti, bruvere (dal nome dialettale dell’erica). Sopra Accaria di Serrastretta. Prendiamo un vecchio sentiero che nessuno più osa calpestare. Solitudine e silenzio. Quasi entrassimo in un ossario. Eppure, pian piano, attraversiamo le porte del paradiso. Ecco gli antichi pianori che un tempo sfamavano il paese. Pietra dello Scifo si chiamano. Perché al centro c’è uno strano “sarcofago” di pietra che ai contadini degli ultimi secoli ha richiamato alla mente il truogolo dei maiali. Ma quella strana pietra oblunga - dove non posso fare a meno di inscenare, ogni volta, la mia inumazione - è circondata da altre pietre che rivelano l’esistenza di un ancor più antico palmento all’aperto. Furono i monaci bizantini a diffondere questa pratica in tutta la Calabria del centro-sud, per fare il vino all’aperto. Centinaia di vasche come queste si trovano sino in Aspromonte. Prati, con vedute magnifiche, si aprono dappertutto. L’abbandono ha fatto ricrescere gli ontani. I loro rami sono ricami preziosi sullo sfondo grigio del cielo. Più in alto qualcuno ancora coltiva la terra. E poi, un breve filare di altri cerri immette nel bosco di faggi. Un sentiero collega decine di piazzole di carbonai. A mezza costa sul Fosso Montagnola. Sul fondo scorre un ruscello puntellato di massi muscosi e rapide sinuose. Siamo entrati nel regno delle Naiadi, le ninfe delle acque. La faggeta è un tempio segreto. Queste montagne di casa, questi luoghi perduti sono gli altari dove rinnoviamo ogni volta il nostro rito a Mnemosine, dea della memoria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA